#Sono diventata più coraggiosa in luoghi sconosciuti e sono rimasta fedele al mio istinto #Ho realizzato il mio obiettivo: fare un viaggio tutto per me #La spesa migliore della mia vita

"È stato così bello che mi chiedo perché mi sia preoccupata per così tanto tempo. Dopo essere tornata a casa, mi chiedevano spesso: «Com’è stata Parigi?». Ogni volta rispondevo senza esitazione che era stata la spesa più folle della mia vita. È stato un anno sabbatico breve, ma lungo. Voglio assolutamente tornare in quel posto speciale che avevo trovato in un luogo sconosciuto."
-Bonjour! One month living in Paris, France Shin YujeongComunità degli anni sabbatici Viaggiatrice in anno sabbatico/ 30 anni, anno sabbatico dopo aver lasciato il lavoro / 30 giorniPartecipazione breve
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# Di me, da me, per me
Ho iniziato i miei trent’anni sentendomi allo stesso tempo a mio agio e confusa. Era diverso dall’inizio dei vent’anni, quando la libertà era piovuta su di me. Vedendo i conoscenti girovagare mentre entravano nei trent’anni, mi preoccupavo. Come avrei dovuto accoglierli? Più precisamente, come avrei dovuto riposarmi?
Non mi ero mai concessa un vero riposo. Non sapendo come divertirmi, facevo sempre qualcosa. Durante la settimana arricchivo il mio curriculum e nei fine settimana lavoravo part-time. Così il mio curriculum era pieno, ma io mi sentivo sempre vuota. Ho trascorso i vent’anni con un 2% che mi mancava. Poi, prima di rendermene conto, avevo 29 anni.Mi facevo pena: non avevo un futuro verso cui andare né ricordi a cui guardare.
L’Europa era da sempre il mio sogno. Un sogno più difficile e più bello proprio perché non la conoscevo bene. Un sogno che crollava ogni volta che provavo a realizzarlo. Forse proprio perché continuava ad andare così, desideravo partire ancora di più. Non ricordo nemmeno perché all’inizio volessi andarci. Mi pentivo innumerevoli volte ogni volta che guardavo programmi di viaggio sull’Europa.
MaMi aggrappavo a troppe cose. Così non riuscivo ad afferrare nulla di nuovo. Ci ho messo nove anni per capirlo.Pensavo che, se le cose fossero andate avanti così, forse non sarei mai partita. Poi si è presentata l’occasione. In realtà, avrei potuto partire un anno prima. Ma anche a 28 anni avevo paura come una diciottenne. Dopo aver trascorso nove anni a preoccuparmi, alla fine sono partita.
Come ogni nuovo inizio, c’erano tante montagne da scalare. Anche se era la mia vita, non potevo decidere da sola. Dovevo convincere le persone intorno a me. Avrei potuto semplicemente partire. Eppure non volevo farlo così. Volevo partire quando anche le persone a me care avessero condiviso il mio stesso sentimento.
Dovevo anche lasciare l’azienda. Esitavo perché avevo iniziato con fatica la mia vita lavorativa. Poi adottai quella sciocca filosofia: per riempirsi bisogna svuotarsi. Ci vollero tre mesi per arrivare a quel punto, esattamente il tempo che servirebbe a un orso per diventare umano. Da allora mi sentii determinata. Pensai che dovevo assolutamente partire e fare in modo che fosse un bel viaggio.
# Che sono una persona che trova coraggio nei luoghi sconosciuti,
Parigi non è una città per persone miti e timide. È un luogo in cui vivono persone tsundere, bollate come scortesi.È un luogo in cui tante piccole trasgressioni si accumulano e diventano la quotidianità. Almeno, è stato così per me. Più volte al giorno, all’improvviso, si metteva a piovere.
Il sole poteva splendere a 500 metri da me, mentre sopra la mia testa pioveva. Anche se avessi voluto usare l’ombrello, dovevo fare la disinvolta e sopportare. Per proteggere il portafoglio dovevo fingere di non essere una turista. A volte ci riuscivo così bene che mi scambiavano per una zingara. L’anziana seduta accanto a me stringeva la borsa quando mi guardava. Nei giorni in cui camminavo su strade sterrate, ero ridotta malissimo. Eppure, a differenza del solito, non ero arrabbiata. Continuavo semplicemente ad andare avanti, sporca com’ero.
Parigi era decisamente una città di odori.In metropolitana c’era un odore umido e stantio. Dopo la doccia, l’asciugamano aveva un leggero odore di calcare e pesce. Camminando per la città si sentivano profumi di ogni genere. Passando davanti a un caffè arrivava un intenso aroma di espresso. A ogni angolo si sentiva l’odore delle crêpe alla banana e Nutella.
La prima settimana spalancavo gli occhi di continuo, perché tutto era così nuovo. La seconda settimana mi ci abituai e riuscivo ad anticipare gli odori di cinque secondi. Alla terza settimana, mentre ero in Spagna, mi mancavano persino quegli odori, anche se erano completamente diversi da quelli del mio Paese. Nell’ultima settimana, mi sembrava di averli addosso.
Camminavo ogni singolo giorno. Almeno 15.000 passi, al massimo 30.000. Se durante una passeggiata trovavo un posto che mi piaceva, entravo. Se ero stanca, mi fermavo; se volevo andare da qualche parte, camminavo. A volte avevo compagnia per un po’. Poi, senza accorgermene, mi ritrovavo da sola. E quando ero sola, in realtà incontravo più persone.
Mi ponevo spesso delle domande. Mi piace questo posto, proprio adesso? Il cibo che sto mangiando è buono?Quando ero di buon umore cantavo in coreano. Quando ero arrabbiata, borbottavo tra me e me parolacce volgari. Cose che non avrei mai fatto in Corea. Per quel mese ho vissuto seguendo il mio istinto.
Ho provato tante cose nuove. Il pane che mangiavo a Parigi non aveva il sapore a cui ero abituata. Lo stesso valeva per la birra. Ho cercato tanti cibi che si mangiano solo in quel Paese.Ho studiato francese per mangiare meglio. Pomme, banane, bœuf, poulet, thon, saumon, fromage. Fotografavo i cibi di cui era difficile pronunciare il nome.
Poi ho capito: sono il tipo di persona che trova coraggio nei luoghi sconosciuti. Ho mangiato tanti cibi che in Corea non avrei neanche assaggiato. E a volte tornavo presto in ostello e mangiavo cibo coreano. Soffrivo di esofagite da reflusso, ma per un mese ho avuto lo stomaco a posto.
# Parigi, un luogo che posso definire «la spesa più folle della mia vita» senza esitare un istante
Naturalmente ci sono state alcune crisi. Volevo tornare subito in Corea.Una volta Parigi mi è sembrata all’improvviso così estranea che ho pianto per strada. In giornate così, mettevo fine alla giornata in anticipo.Portavo a termine solo l’attività che avevo programmato e tornavo all’alloggio. Verso la seconda settimana del mio anno sabbatico, nemmeno questo riusciva più a confortarmi.
Un giorno, fin dal mattino, il programma è andato a rotoli. Sono riuscita a malapena ad arrivare al museo della scienza che avevo previsto di visitare quel giorno. Ho preso una lunga scala mobile e, quando sono arrivata all’ingresso, una madre francese mi ha chiamata dall’altro lato. Parlava francese, ma dal contesto sembrava volesse che accompagnassi giù il bambino accanto a me. Ho preso per mano il bambino spaventato e sono salita sulla scala mobile. Fino a un attimo prima non stavo bene nemmeno io, ma ho chiesto in inglese al bambino se stesse bene. È stato un momento breve, ma il calore del suo corpo mi ha dato un grande conforto. La madre del bambino ha continuato a ringraziarmi, ma in realtà ero io quella più grata. Se non fosse successo, non avrei capito quanto mi sentissi sola.
Ho trascorso l’ultima settimana con il mio ragazzo. Il mio ragazzo, che non aveva lasciato il lavoro, si è preso una settimana di ferie. Prima di partire era stato decisamente un ostacolo da superare, ma una volta iniziato l’anno sabbatico è diventato il mio sostegno più solido. È sempre bello incontrare un altro coreano in un Paese straniero. Gli ero indescrivibilmente grata per aver preso un volo di 12 ore solo per vedermi. Grazie a lui, ho trascorso l’ultima settimana senza sentirmi sola, davvero e non solo cercando di convincermene.
Ci sono state anche tante altre cose divertenti. Mi è quasi venuta voglia di annullare il biglietto di ritorno.È stato così bello che mi sono chiesta perché mi fossi preoccupata tanto a lungo. Dopo il ritorno mi chiedevano spesso: «Com’è stata Parigi?». Ogni volta, senza un attimo di esitazione, rispondevo: «La spesa più folle della mia vita».È stato un anno sabbatico breve, ma lungo. Voglio davvero tornare in quel posto speciale che avevo trovato in quel luogo sconosciuto.

"È stato così bello che mi chiedo perché mi sia preoccupata per così tanto tempo. Dopo essere tornata a casa, mi chiedevano spesso: «Com’è stata Parigi?». Ogni volta rispondevo senza esitazione che era stata la spesa più folle della mia vita. È stato un anno sabbatico breve, ma lungo. Voglio assolutamente tornare in quel posto speciale che avevo trovato in un luogo sconosciuto."
-Bonjour! One month living in Paris, France Shin YujeongComunità degli anni sabbatici Viaggiatrice in anno sabbatico/ 30 anni, anno sabbatico dopo aver lasciato il lavoro / 30 giorniPartecipazione breve
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# Di me, da me, per me
Ho iniziato i miei trent’anni sentendomi allo stesso tempo a mio agio e confusa. Era diverso dall’inizio dei vent’anni, quando la libertà era piovuta su di me. Vedendo i conoscenti girovagare mentre entravano nei trent’anni, mi preoccupavo. Come avrei dovuto accoglierli? Più precisamente, come avrei dovuto riposarmi?
Non mi ero mai concessa un vero riposo. Non sapendo come divertirmi, facevo sempre qualcosa. Durante la settimana arricchivo il mio curriculum e nei fine settimana lavoravo part-time. Così il mio curriculum era pieno, ma io mi sentivo sempre vuota. Ho trascorso i vent’anni con un 2% che mi mancava. Poi, prima di rendermene conto, avevo 29 anni.Mi facevo pena: non avevo un futuro verso cui andare né ricordi a cui guardare.
L’Europa era da sempre il mio sogno. Un sogno più difficile e più bello proprio perché non la conoscevo bene. Un sogno che crollava ogni volta che provavo a realizzarlo. Forse proprio perché continuava ad andare così, desideravo partire ancora di più. Non ricordo nemmeno perché all’inizio volessi andarci. Mi pentivo innumerevoli volte ogni volta che guardavo programmi di viaggio sull’Europa.
MaMi aggrappavo a troppe cose. Così non riuscivo ad afferrare nulla di nuovo. Ci ho messo nove anni per capirlo.Pensavo che, se le cose fossero andate avanti così, forse non sarei mai partita. Poi si è presentata l’occasione. In realtà, avrei potuto partire un anno prima. Ma anche a 28 anni avevo paura come una diciottenne. Dopo aver trascorso nove anni a preoccuparmi, alla fine sono partita.
Come ogni nuovo inizio, c’erano tante montagne da scalare. Anche se era la mia vita, non potevo decidere da sola. Dovevo convincere le persone intorno a me. Avrei potuto semplicemente partire. Eppure non volevo farlo così. Volevo partire quando anche le persone a me care avessero condiviso il mio stesso sentimento.
Dovevo anche lasciare l’azienda. Esitavo perché avevo iniziato con fatica la mia vita lavorativa. Poi adottai quella sciocca filosofia: per riempirsi bisogna svuotarsi. Ci vollero tre mesi per arrivare a quel punto, esattamente il tempo che servirebbe a un orso per diventare umano. Da allora mi sentii determinata. Pensai che dovevo assolutamente partire e fare in modo che fosse un bel viaggio.
# Che sono una persona che trova coraggio nei luoghi sconosciuti,
Parigi non è una città per persone miti e timide. È un luogo in cui vivono persone tsundere, bollate come scortesi.È un luogo in cui tante piccole trasgressioni si accumulano e diventano la quotidianità. Almeno, è stato così per me. Più volte al giorno, all’improvviso, si metteva a piovere.
Il sole poteva splendere a 500 metri da me, mentre sopra la mia testa pioveva. Anche se avessi voluto usare l’ombrello, dovevo fare la disinvolta e sopportare. Per proteggere il portafoglio dovevo fingere di non essere una turista. A volte ci riuscivo così bene che mi scambiavano per una zingara. L’anziana seduta accanto a me stringeva la borsa quando mi guardava. Nei giorni in cui camminavo su strade sterrate, ero ridotta malissimo. Eppure, a differenza del solito, non ero arrabbiata. Continuavo semplicemente ad andare avanti, sporca com’ero.
Parigi era decisamente una città di odori.In metropolitana c’era un odore umido e stantio. Dopo la doccia, l’asciugamano aveva un leggero odore di calcare e pesce. Camminando per la città si sentivano profumi di ogni genere. Passando davanti a un caffè arrivava un intenso aroma di espresso. A ogni angolo si sentiva l’odore delle crêpe alla banana e Nutella.
La prima settimana spalancavo gli occhi di continuo, perché tutto era così nuovo. La seconda settimana mi ci abituai e riuscivo ad anticipare gli odori di cinque secondi. Alla terza settimana, mentre ero in Spagna, mi mancavano persino quegli odori, anche se erano completamente diversi da quelli del mio Paese. Nell’ultima settimana, mi sembrava di averli addosso.
Camminavo ogni singolo giorno. Almeno 15.000 passi, al massimo 30.000. Se durante una passeggiata trovavo un posto che mi piaceva, entravo. Se ero stanca, mi fermavo; se volevo andare da qualche parte, camminavo. A volte avevo compagnia per un po’. Poi, senza accorgermene, mi ritrovavo da sola. E quando ero sola, in realtà incontravo più persone.
Mi ponevo spesso delle domande. Mi piace questo posto, proprio adesso? Il cibo che sto mangiando è buono?Quando ero di buon umore cantavo in coreano. Quando ero arrabbiata, borbottavo tra me e me parolacce volgari. Cose che non avrei mai fatto in Corea. Per quel mese ho vissuto seguendo il mio istinto.
Ho provato tante cose nuove. Il pane che mangiavo a Parigi non aveva il sapore a cui ero abituata. Lo stesso valeva per la birra. Ho cercato tanti cibi che si mangiano solo in quel Paese.Ho studiato francese per mangiare meglio. Pomme, banane, bœuf, poulet, thon, saumon, fromage. Fotografavo i cibi di cui era difficile pronunciare il nome.
Poi ho capito: sono il tipo di persona che trova coraggio nei luoghi sconosciuti. Ho mangiato tanti cibi che in Corea non avrei neanche assaggiato. E a volte tornavo presto in ostello e mangiavo cibo coreano. Soffrivo di esofagite da reflusso, ma per un mese ho avuto lo stomaco a posto.
# Parigi, un luogo che posso definire «la spesa più folle della mia vita» senza esitare un istante
Naturalmente ci sono state alcune crisi. Volevo tornare subito in Corea.Una volta Parigi mi è sembrata all’improvviso così estranea che ho pianto per strada. In giornate così, mettevo fine alla giornata in anticipo.Portavo a termine solo l’attività che avevo programmato e tornavo all’alloggio. Verso la seconda settimana del mio anno sabbatico, nemmeno questo riusciva più a confortarmi.
Un giorno, fin dal mattino, il programma è andato a rotoli. Sono riuscita a malapena ad arrivare al museo della scienza che avevo previsto di visitare quel giorno. Ho preso una lunga scala mobile e, quando sono arrivata all’ingresso, una madre francese mi ha chiamata dall’altro lato. Parlava francese, ma dal contesto sembrava volesse che accompagnassi giù il bambino accanto a me. Ho preso per mano il bambino spaventato e sono salita sulla scala mobile. Fino a un attimo prima non stavo bene nemmeno io, ma ho chiesto in inglese al bambino se stesse bene. È stato un momento breve, ma il calore del suo corpo mi ha dato un grande conforto. La madre del bambino ha continuato a ringraziarmi, ma in realtà ero io quella più grata. Se non fosse successo, non avrei capito quanto mi sentissi sola.
Ho trascorso l’ultima settimana con il mio ragazzo. Il mio ragazzo, che non aveva lasciato il lavoro, si è preso una settimana di ferie. Prima di partire era stato decisamente un ostacolo da superare, ma una volta iniziato l’anno sabbatico è diventato il mio sostegno più solido. È sempre bello incontrare un altro coreano in un Paese straniero. Gli ero indescrivibilmente grata per aver preso un volo di 12 ore solo per vedermi. Grazie a lui, ho trascorso l’ultima settimana senza sentirmi sola, davvero e non solo cercando di convincermene.
Ci sono state anche tante altre cose divertenti. Mi è quasi venuta voglia di annullare il biglietto di ritorno.È stato così bello che mi sono chiesta perché mi fossi preoccupata tanto a lungo. Dopo il ritorno mi chiedevano spesso: «Com’è stata Parigi?». Ogni volta, senza un attimo di esitazione, rispondevo: «La spesa più folle della mia vita».È stato un anno sabbatico breve, ma lungo. Voglio davvero tornare in quel posto speciale che avevo trovato in quel luogo sconosciuto.
Vivi in un posto nuovo,
incontra persone nuove,
scopri una nuova versione di te
e costruisci una vita tutta tua.