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Consigli per il GapYear in Corea
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PERCHÉ NON IO? CE L’HO FATTA IN SUDAMERICA! -Lee So-hyun-

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54ª partecipante al Gap Year (Gapper)Lee So-hyun

Periodo del Gap Year: da dicembre 2015 a febbraio 2016

Viaggio zaino in spalla in Sud America (Ecuador - Perù - Bolivia - Cile - Argentina - Brasile)

Attualmente, in Corea del Sud,

ogni anno 60.000 studenti delle scuole medie e superiori abbandonano gli studi, 346.000 ventenni restano inattivi e senza sogni e il tasso di turnover nel primo anno di lavoro ha superato il 40%,Il 75% degli universitari non è soddisfatto della vita universitaria e oltre l’80% dei lavoratori non si sente felice.Molti dicono loro di sognare, ma per affrontare questo problema, privo di metodi pratici e di sostegno,puntiamo a introdurre il «Gap Year» in Corea del Sud.

«Gap year (Gapyear)»è un periodo in cui si mette in pausa o si trova un equilibrio tra studio e lavoro, dedicandosi a diverse attività, come volontariato, viaggi, tirocini, formazione e imprenditoria,per definire la propria direzione futura. È una cultura incoraggiata negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone e altrove.

*Scopri le tante esperienze sul sito web di Gap Year!

 

 

 

# Diventare, anche solo per un giorno, il cambiamento che desidero: l’inizio del mio Gap Year


 

 

Durante una lezione di geografia mondiale al secondo anno di liceo, qualcosa suscitò in me un interesse enorme: il Salar de Uyuni. Per qualche motivo, le descrizioni «la decalcomania della Terra» e «lo specchio più grande del mondo» mi colpirono profondamente. Domande come «Com’è possibile che un deserto sia fatto di sale invece che di sabbia? E come può esistere un deserto bianco?» mi rimasero a lungo impresse, con una sensazione di stupore inedita.

 

Ma, di fronte alla realtà che dovevo iscrivermi all’università e costruire il mio curriculum, il mio interesse per il Salar de Uyuni sembrò svanire con il passare del tempo.Tuttavia, mentre vivevo la vita da disoccupata che non avevo scelto, iniziai a seguire i post di viaggiatori che ammiravo: persone che non viaggiavano da turisti, con una semplice valigia e poco tempo a disposizione, ma partivano con uno zaino contenente solo il necessario per vivere e con la propria giovinezza, senza limiti di tempo.

 

 

 

 


 

Pensavo che solo viaggiatori professionisti come Han Bi-ya o persone di famiglie benestanti potessero permettersi di partire così, ma era solo una giustificazione, nata dalla mia mancanza di coraggio persino di immaginare di diventare una di loro. Come si dice, viaggiare è una questione di volontà: io mi limitavo ad ammirare gli altri e a fantasticare modestamente su ciò che avrei voluto fare, senza mai provare davvero a realizzarlo.

 

Mi resi conto che l’immagine del Salar de Uyuni che avevo sognato al liceo, e che credevo di aver chiuso con un punto, era ancora nel mio cuore come una virgola.Odiavo il fatto di voler sempre vivere in modo diverso dagli altri e, allo stesso tempo, di faticare per diventare proprio come loro. Così, per prendere in mano la mia vita almeno una volta, mi preparai a chiedere un periodo di sospensione dagli studi e a vivere il mio Gap Year.

 

 

 

 

 

 

# Il costo è la preoccupazione più grande, ma non rinunciare al tuo Gap Year per i soldi


 

 

Molte persone che prendono in considerazione un Gap Year si preoccupano dei costi. Io, fin da piccola, ero curiosa di scoprire luoghi al di là del mondo che conoscevo e sognavo di andarci un giorno. Perciò, dal primo anno di università, ho messo da parte i soldi poco alla volta: non una somma ingente, ma con costanza.Al primo anno ho fatto volontariato come assistente di facoltà e ho lavorato come tutor didattica nell’ufficio del dipartimento grazie a un programma di studio-lavoro. Al secondo anno ho risparmiato la borsa di studio ricevuta come ambasciatrice del campus, evitando di proposito di farmi una carta di debito e lasciando i soldi sul conto. Dopo aver deciso di prendermi una pausa dagli studi, ho lavorato part-time per coprire le spese restanti.

Ma ora che ci ripenso, mi sembra che si possa fare un Gap Year anche con una somma piuttosto nella media. Nel mio caso, viaggiando da sola in Sud America, da donna, ho speso più della media; ma se avessi avuto a disposizione solo una somma media, avrei adattato il mio Gap Year a quella cifra.Perciò spero che nessuno rinunci al proprio Gap Year pensando di aver bisogno di molti soldi o a causa dei problemi economici.

Se non parti quando è il momento, non potrai farlo quando vorrai. Il momento migliore è adesso!



Dopo aver deciso di sospendere gli studi, quando dissi per la prima volta a mia madre che sarei andata da sola in Sud America a vedere le saline, lei si oppose fermamente, dicendo che era una follia. Ma sentivo davvero che dovevo farlo proprio allora. Così, mentre prima avrei spiegato vagamente perché volevo partire, questa volta la convinsi spiegandole perché doveva essere proprio quel momento.

Mi resi conto che, anche se mi fossi laureata senza intoppi e avessi avuto la fortuna di trovare subito un lavoro, quella non sarebbe stata la vita che desideravo.Pensavo che, una volta arrivata ai trent’anni e con una famiglia, un coniuge e dei figli, avrei inevitabilmente dovuto concentrarmi solo sul lavoro. Certo, avrei potuto inseguire il mio sogno anche più avanti e accettare qualche compromesso, ma sentivo che quello era il momento migliore perché la mia giovinezza risplendesse: ero giovane e responsabile solo di me stessa.

Quando le spiegai cosa pensavo, mia madre comprese quanto fossi determinata e mi diede il permesso. Inoltre, quando dicevo a chi mi chiedeva perché stessi sospendendo gli studi che sarei andata in Sud America, tutti mi domandavano perché proprio il Sud America. All’inizio, ogni «perché?» mi rendeva ansiosa e impaurita, come se la decisione che avevo preso con tanta fatica fosse messa in discussione. Ma poi quei ripetuti «perché?» iniziarono a darmi, in silenzio, una certa soddisfazione.

«Sì, ho sognato qualcosa che gli altri non avrebbero facilmente immaginato, e lo sto realizzando.»

Volevo vivere facendo qualcosa a cui nessuno aveva mai pensato, e quei loro «perché?», che mi sembravano la prova che restavo fedele alle mie convinzioni, mi facevano ardere il cuore ancora di più.Così quei «perché?» scacciarono le paure che affioravano mentre preparavo il viaggio e resero più determinati sia me sia il mio Gap Year.

Avevo avuto il coraggio di sospendere gli studi per realizzare il mio Gap Year, ma la storia da film che speravo di vivere non si concretizzò da un giorno all’altro. Per noi, infatti, sospendere gli studi non significa semplicemente fermarsi e ottenere crediti: è un periodo di studio autonomo in cui bisogna conseguire altre qualifiche, come l’inglese, e partecipare ad attività extracurriculari. All’inizio non avevo il coraggio di lasciare perdere tutto ciò che avevo costruito, dal curriculum agli studi, per fare semplicemente ciò che desideravo.

Anche se avevo raccolto tutto il mio coraggio, mentre pianificavo il viaggio zaino in spalla in Sud America, prima di addormentarmi mi passavano per la testa ogni sorta di pensieri, dai borseggiatori alle catastrofi naturali. Ma quando arrivai in Ecuador, in Sud America, con tutte quelle preoccupazioni, ritrovai subito la calma. Vedere con i miei occhi che non c’era nessuno di cui potessi fidarmi o su cui potessi contare, tranne me stessa, mi spinse a darmi una regolata. Così mi fidai del mio cuore, che tremava più delle gambe, e mi convinsi che fosse entusiasmo, non paura, poi mi lanciai nell’avventura sudamericana.

# Imparare lo spagnolo di sopravvivenza comunicando con il cuore


Poiché in Sud America si parla soprattutto spagnolo e l’inglese è usato pochissimo, dovevo studiare le basi dello spagnolo. Ma, per motivi economici legati alla preparazione delle spese previste per il Gap Year e per mancanza di tempo, visto che lavoravo a tempo pieno, rinunciai fin da subito alle scuole di lingua e alle lezioni private. Invece, ogni volta che avevo un momento libero guardavo su YouTube il video «Il mio amico Sergi» oppure cercavo su Naver le sezioni dedicate alle conversazioni di viaggio in spagnolo, per provare a memorizzare le parole essenziali.

Così imparai almeno i numeri da 1 a 10 e parole come «grazie», «scusa», «sì» e «no». All’inizio riuscivamo a malapena a capirci e dovevamo affidarci a quei pochi termini per comunicare; ma dopo circa due settimane passate ad ascoltare e parlare molto, riuscii a cavarmela con uno spagnolo di sopravvivenza.In particolare, dato che non ero brava a parlare, fui molto grata del fatto che i sudamericani si impegnassero per venirmi incontro, comunicando con disegni o gesti. Questo mi fece desiderare ancora di più di imparare e migliorare molto più in fretta.Anche se la barriera linguistica creava qualche difficoltà, sperimentai in prima persona una comunicazione sincera che andava oltre le parole e, grazie a questo, condividemmo sentimenti ed emozioni più profondi.

# «Sembra sempre impossibile finché non lo fai.» Tutto sembra impossibile finché non viene realizzato.


Prima di partire, con il mio zaino pesante e la mia giovinezza, mi ero posta un obiettivo per il viaggio in Sud America.«Calcare ogni superficie della Terra: cielo, mare, laghi, montagne, valli, deserti, ghiacciai, cascate e così via.»In origine avevo previsto un itinerario di 3–4 mesi, ma, avendo poco tempo e pochi soldi, cercai di raggiungere il mio obiettivo in due mesi. Attraversai l’emisfero, dall’Equatore terrestre fino alla città che apre la strada alla fine del mondo e verso l’Antartide, esplorando il Sud America come se fosse il mio parco giochi.

All’inizio, il viaggio doveva trasformare in un punto la virgola che il Salar de Uyuni aveva lasciato nel mio cuore. Trovarmi con i piedi nel luogo che avevo immaginato fu davvero meraviglioso, ma mentre ero in quello spazio quasi irreale, simile a un mondo virtuale, respirando e sbattendo le palpebre, pensai: «Sono davvero felice di essere viva». Per la prima volta provai un’emozione ardente per la mia stessa esistenza.

Non potei fare a meno di chinare silenziosamente il capo di fronte alla grandezza e alla maestosità della natura. Lì, ogni gesto, passo e respiro mi sembrava speciale. Continuava a tornarmi in mente il detto: «Viaggiare non significa vedere paesaggi nuovi, ma guardare il mondo con occhi nuovi».


Adoro nuotare. Le isole Galápagos, a circa 1.000 km dal continente americano e luogo che influenzò L’origine delle specie di Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione, furono la destinazione più bella del mio viaggio in Sud America. Lì feci snorkeling per la prima volta in vita mia: l’acqua era così pulita e limpida che potevo vedere non solo i pesci, ma quasi tutte le creature marine che avevo immaginato fin da piccola.

Una volta, sott’acqua sentii un suono ultrasonico simile a un cinguettio e, guardandomi intorno, vidi un branco di delfini nuotare proprio davanti a me. In un altro punto, alcuni pinguini camminavano goffamente sulle rocce e poi nuotavano; su un’altra roccia, un leone marino faceva un gran baccano. Avevo con me una GoPro per fare riprese sott’acqua e il leone marino sembrò accorgersi che lo stavo filmando: fissò la videocamera, concentrandosi sull’obiettivo, e mi girò intorno come se volesse invitarmi a giocare. Pensai davvero di essere diventata una sirena. Le Galápagos furono di gran lunga la destinazione perfetta per i miei gusti, un luogo davvero fantastico.


Naturalmente, ci furono anche tanti momenti davvero difficili.Una volta feci un trekking di quattro giorni e tre notti a Torres del Paine, per ammirare la Patagonia, in Cile, il Paese più lungo del mondo. Fu il luogo più impegnativo e gratificante del mio viaggio in Sud America: per quei quattro giorni e tre notti portai nello zaino cibo, sacco a pelo, pentole, vestiti e tutto il necessario, e dovetti percorrere quasi 100 km in totale. Fu il periodo della mia vita in cui camminai più a lungo e sopportai più fatiche in così poco tempo.

Camminavamo finché non ci sembrava di morire; quando calava la notte ci stringevamo in una tenda montata sul fianco di una montagna, con solo un sacco a pelo, e dormivamo tremando dal freddo. Se all’alba pioveva, dovevamo sopportare le gocce che cadevano sui nostri volti che sporgevano dalla tenda. Portare con noi acqua potabile per quattro giorni sarebbe stato troppo pesante, così bevevamo l’acqua dei ghiacciai in scioglimento che scendeva dalle cime. All’inizio cercavamo i punti più puliti, ma poi, quando eravamo assetati, bevevamo anche dalle pozze basse, persino se ci galleggiava del fango, perché eravamo esausti.

Ripensandoci, è stata un’esperienza davvero straordinaria e non credo che riuscirei a rifarla. Ma, nonostante le difficoltà, ne è valsa davvero la pena. Durante quel trekking di tre notti e quattro giorni abbiamo raggiunto tre cime lungo il cosiddetto W Trek, e ognuna delle prime tre vette offriva panorami diversi e mozzafiato. Anche quando ero esausta, riuscivo a continuare a camminare per vedere la cima successiva. Ora capisco perché tutti parlano della Patagonia. Se andate in Sud America, penso che Torres del Paine sia un posto da visitare almeno una volta, insieme a Uyuni e Machu Picchu.


Si dice che la radice della parola «viaggio» sia la fatica e la sofferenza, no? La stanchezza era più mentale che fisica e, a parte il tempo trascorso a visitare luoghi turistici, passavo il resto del tempo a tormentarmi da sola, superando le mie paure e affrontando le parti più profonde di me. Essere completamente sola e ritrovarmi ogni volta in un posto nuovo, contando solo su me stessa, era al tempo stesso affascinante e precario.

Ma c’è una citazione di Gwak Jeong-eun, che mi piace molto,che riflette sul detto: «Quando riesci a essere grato di essere solo, puoi affrontare una relazione a due».Rimuginavo in ogni momento sulle parole «solitudine» e «inizio», a volte inghiottendo saliva amara, poi consolandomi con il cuore pesante. Per diventare una persona più completa, più perfettamente a proprio agio da sola, trascorrevo molte ore a parlare con me stessa e mi sforzavo di imparare ad apprezzare la solitudine.

Dopo il mio anno sabbatico, «PERCHÉ NON IO? CE L’HO FATTA in Sud America!»



Essere indipendente in un Paese dove l’inglese non serviva, tra persone di etnie diverse e culture completamente differenti, è stato molto più difficile di quanto immaginassi, ma si è scoperto che ero molto più forte di quanto pensassi. Forse mi sono costretta a resistere, ma ho comunque stretto i denti. In quei due mesi ho imparato e provato tante cose preziose che non avevo conosciuto nei miei oltre vent’anni di vita: dall’esperienza inedita di convivere con altre persone, una vita che non conoscevo da figlia unica, fino ad altre lezioni importanti. E sono cresciuta.

Così ho capito quanto sono forte e determinata, e che a tenermi prigioniera nell’idea di essere debole e incapace non erano la realtà o la società, bensì i miei stessi giudizi limitati. Perciò, mentre prima esitavo e mi sottovalutavo davanti a una sfida,ora il cuore mi batte forte, invece di farmi paura. Se decido di fare qualcosa, la porterò a termine; e anche se fallirò, mi resterà come esperienza, non come un fallimento.

La seconda cosa che ho imparato durante il viaggio in Sud America è stata a lasciar andare in fretta ciò che non si poteva cambiare. Nel viaggio si sono presentate molte situazioni impreviste, diverse dai piani; all’inizio mi irritavo e mi sentivo impotente quando le cose non andavano come volevo, ma prestoho imparato a trovare da sola altre soluzioni e a capire che, a volte, la seconda scelta può rivelarsi la migliore. Forse è una lezione che dobbiamo davvero imparare nella vita, mentre ci prepariamo a cercare lavoro.

Dopo due mesi trascorsi a camminare con i miei piedi dall’altra parte del pianeta, sono tornata in Corea sana e salva, molto più abbronzata e con qualche chilo in più, nel corpo e nello spirito, senza essere stata derubata nemmeno una volta. Ero partita dall’aeroporto di Incheon con un aspetto ben diverso. Da studentessa universitaria ingenua, a cui piace ancora sentirsi dire che è carina, ero un po’ dispiaciuta per la pelle scura e per aver preso abbastanza peso da aumentare di una decina di chili.

Ma va bene così! Anche se fuori sono meno carina di due mesi fa, la mia vita è diventata più bella. Forse ho rinunciato a sentirmi dire che sono carina, ma ora la mia vita è «grintosa». :)


# Dopo il mio anno sabbatico, ho realizzato un sogno della mia vita!


Ora sono tornata alla vita di tutti i giorni, ripetendo la stessa routine nella stessa realtà di prima del mio anno sabbatico. Anche se, in apparenza, la struttura della mia vita sembra uguale, la qualità della vita che immagino al suo interno è completamente cambiata. So quanto ho faticato prima di partire per il Sud America, a causa delle poche informazioni disponibili sui viaggi con lo zaino in spalla in quella regione. Perciò, quando ho tempo, cerco di aiutare chi sogna un anno sabbatico simile al mio, raccontando le difficoltà che ho affrontato e condividendo sui social informazioni sul Sud America.

Anche se sono di nuovo presa dalla frenetica vita di una studentessa in cerca di lavoro, forse perché ho iniziato con buone intenzioni, questa iniziativa si è diffusa tra tante persone come un virus positivo,e, molto prima di quanto immaginassi, ho realizzato inaspettatamente un altro desiderio della mia vita: diventare una relatrice e tenere una conferenza capace di toccare il cuore di qualcuno.

E sono grata che persino questo scritto possa dare speranza a chi lo legge. Il mio viaggio in Sud America è stato intrapreso per dare vita a un anno sabbatico, ma, una volta diventata padrona della mia vita, la sua influenza è proseguita e altri anni sabbatici si sono susseguiti. Credo che la cosa più importante sia fare, oppure no, quel primo passo per vivere davvero il proprio anno sabbatico.

State tutti lavorando sodo, percorrendo la strada della ricerca di lavoro, simile a una guerra, in una realtà difficile. Ma spero che almeno una volta abbiate il coraggio di non seguire il cammino di chi vi precede o vi segue e di dirigervi invece verso ciò che desiderate davvero, tracciando un sentiero segnato soltanto dalle vostre impronte. Salire gli stessi gradini non garantisce la stessa felicità. Non lasciate che il tempo prezioso, che non tornerà mai, vi sfugga nella fretta e nella competizione.

E se il percorso che creo fosse una scorciatoia per raggiungere più in fretta un luogo che, al di là del lavoro, mi dia una vera ragione di vivere?Proprio perché siamo giovani, possiamo permetterci l’imprudenza di lanciarci in sfide senza limiti: si hanno vent’anni una volta sola. Perché allora non ascoltare di più la voce e l’eco del proprio cuore, invece di ciò che gli altri dicono dei sogni che immaginiamo, e non vivere una vita di cui possiamo innamorarci? Riuscire a immaginare qualcosa è un segno che possiamo realizzarla.

Per favore, credete in voi stessi e diventate persone capaci di abbracciare il mondo con un cuore più aperto. Riempiamo la nostra giovinezza e la nostra vita dei nostri anni sabbatici :)



<100 persone in anno sabbatico>

Le «100 persone in anno sabbatico» non sono mentori che esistono in televisione o nei libri.Sono le storie di persone che hanno agito un po’ prima e trovato un po’ più coraggio di me.Speriamo che le storie di 100 persone che hanno affrontato situazioni simili e avuto preoccupazioni analoghe possano essere di piccolo aiuto nei momenti decisivi della vostra vita.

Sono sempre benvenute segnalazioni e candidature per «100 persone in anno sabbatico».

Lasciate un commento o un messaggio, oppure scrivete alla nostra responsabile marketing Choi Da-young (choi@koreagapyear.com)!

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