Yoon Seung-chul, 27° Gapper
3 anni e mezzo di preparazione al gap year + 1 anno e mezzo di gap year
Esperienze durante il gap year: cinque maratone nel deserto
Ciao, sono Yoon Seung-chul, il più giovane atleta ad aver completato il Grand Slam delle maratone nel deserto.
Dopo tre anni e mezzo di preparazione, ho fatto un gap year di un anno e mezzo. Tutto è iniziato quando avevo vent’anni ed ero al primo anno di università: mentre cercavo materiale per un romanzo, ho scoperto per caso le maratone nel deserto e ho voluto provarne una.
Quando frequentavo la seconda media, mi ferii gravemente a una gamba dopo aver calpestato un vetro ed essere caduto a scuola mentre giocavo. Mi si slogò la caviglia e mi si ruppe la tibia; rimasi ricoverato per circa quattro mesi e, anche dopo le dimissioni, dovetti portare un gesso dalle dita dei piedi fino alla coscia e usare le stampelle.
Il lungo ricovero mi fece ingrassare e scoprii anche di avere i piedi piatti e le vene varicose alle gambe. Inoltre, l’infortunio danneggiò la cartilagine di accrescimento del ginocchio sinistro e dovetti fare un’iniezione anche al ginocchio destro per bloccarne la crescita. Durante la seconda media mi capitarono tante cose tutte insieme che arrivai persino ad avere pensieri che non avrei dovuto avere.
Dopo le dimissioni dall’ospedale, fino a quando sono diventato universitario non ero riuscito a camminare per più di 5 km. Eppure, appena iscritto all’università, pensai di andare a correre una maratona nel deserto per via di un compito assegnato da un professore. Il primo compito che ricevetti all’università era infatti «scrivere un romanzo».
Dato che non riuscivo a correre bene né a camminare a lungo, pensai: «Almeno il protagonista del mio romanzo sarà un ragazzo che sa correre bene». Mentre cercavo un’idea, mi capitò per caso di vedere qualcuno correre nel deserto. Da quel piccolo episodio, il desiderio di «correre un giorno nel deserto, almeno una volta nella vita» si fece sempre più forte. Iniziai la riabilitazione e continuai ad allenarmi anche durante il servizio militare, preparandomi per tre anni e mezzo al gap year.
Prepararsi per la maratona nel deserto è stato un percorso per superare la paura.
La maratona nel deserto è una gara di 250 km che si corre in sei notti e sette giorni. Mi terrorizzava l’idea che io, che non avevo mai camminato a lungo, potessi percorrere una distanza così enorme. Durante l’anno e mezzo di gap year, la cosa che ho fatto più di tutte è stata cercare di superare questa paura.
Feci riabilitazione, correvo per 2 km e poi alternavo camminata e corsa per 5 km. Per fortuna, dopo aver capito che questi sforzi non avrebbero causato grossi problemi alla mia attività futura, iniziai a camminare e correre per 10 km al giorno. Quando finalmente mi sentii abbastanza sicuro da poter andare nel deserto, chiesi all’università una sospensione degli studi per iscrivermi alla maratona.
Ma mi aspettava un ostacolo (?) del tutto inaspettato: la quota di partecipazione alla maratona nel deserto. Non avevo nemmeno immaginato che ci fosse una quota d’iscrizione. Pensavo solo: «Riuscirò a correre bene?» e mi preoccupavo della mia forma fisica. Solo dopo aver sospeso gli studi scoprii che servivano quasi 7 milioni di won, tra i 3,8 milioni della quota d’iscrizione, il volo andata e ritorno e l’attrezzatura.
Chiesi informazioni per tornare all’università, ma il periodo per presentare domanda di rientro era già scaduto. Mi trovai così costretto a stare fermo per ben otto mesi, fino al semestre successivo e alle vacanze. Fu l’inizio di un gap year che non avevo programmato.
Per fare in fretta, decisi di mettere in affitto, senza dirlo ai miei genitori, la stanza in cui vivevo da solo: avevo versato 10 milioni di won di deposito e pagavo 400.000 won al mese. I miei genitori avevano acceso un prestito per permettermi di alloggiare lì mentre studiavo in un’università di Seul. Con quei soldi pagai la quota d’iscrizione e il biglietto aereo, poi mi trasferii in una mansarda ricavata in un edificio provvisorio a Hawolgok-dong, senza deposito e con un affitto di 180.000 won. La gara durava sei notti e sette giorni; il mio piano era tornare, lavorare part-time fino alla ripresa degli studi e mettere da parte di nuovo i soldi per il deposito.

Un giorno, nella mansarda, mi capitò sotto gli occhi un articolo di giornale. Quando tirava forte, il vento entrava fin dentro la stanza, così stavo applicando strisce di carta di giornale alle fessure della porta. L’articolo parlava di «ciò che le aziende cercano nei candidati» e riportava le parole dei responsabili delle risorse umane di varie imprese: «È questo il tipo di persona che vogliamo nella nostra azienda».
Nelle interviste dicevano di cercare persone che incarnassero valori come «spirito d’iniziativa», «passione», «giovinezza», «audacia», «capacità di affrontare i fallimenti» e «perseveranza». Mi venne allora in mente: «E se chiedessi una sponsorizzazione a un’azienda del genere? Essermi infortunato e aver lasciato la mia stanza non sono, a modo loro, prove di coraggio, fallimento, perseveranza e audacia?» Così, quel giorno stesso, per la prima volta in vita mia iniziai a scrivere una «proposta».
Il muro della realtà, un’altra gara
All’inizio scrissi una proposta lunghissima. Pensavo che più pagine significassero contenuti migliori, così ne scrissi oltre venti. Quale azienda avrebbe sponsorizzato volentieri uno studente senza nulla che chiedeva aiuto alla cieca con una proposta del genere? Inviai la proposta a circa trenta aziende, comprese quelle citate sul giornale, ma mi rifiutarono tutte.
Era una mia idea personale di «ciò che le aziende cercano nei candidati». Volevo arrendermi. Ma proprio allora molte persone mi incoraggiarono davvero. Alcuni dissero che non potevano sponsorizzarmi come aziende o come privati, ma che mi avrebbero aiutato a rivedere la proposta; una persona ridusse la mia proposta, che superava le trenta pagine, a cinque. Anche gli amici più stretti mi diedero un grande sostegno.
Ritrovai la determinazione e pensai: «Proverò almeno fino alla scadenza per iscriversi alla gara». Chiesi sponsorizzazioni a oltre cento persone e organizzazioni e, alla fine, riuscii a coprire la quota d’iscrizione, le spese, il volo e tutta l’attrezzatura.
Ho corso cinque volte in quattro deserti: il Sahara in Egitto, il Gobi in Cina, l’Atacama in Cile e l’Antartide. Le spese totali ammontarono a circa 40 milioni di won. Molte persone mi aiutarono nella ricerca di sponsor e anche il progetto di crowdfunding che lanciai ebbe un impatto notevole.
Il crowdfunding permette a chiunque di sostenere un progetto tramite un sito web. Anch’io avviai una raccolta fondi online per completare le maratone nel deserto e tentare il Grand Slam. Scrissi il mio obiettivo, perché lo perseguivo, cosa sarebbe cambiato e come avrei ricompensato i sostenitori; pubblicai testi e foto promozionali e realizzai persino un breve documentario. Fissai le donazioni a 10.000, 30.000, 50.000 e 100.000 won e, alla chiusura della raccolta, avevamo ottenuto in tutto circa 20 milioni di won.
Ecco un episodio. Il giorno dopo aver lanciato il sito per la raccolta fondi, ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto. Risposi e sentii: «Parlo con Yoon Seung-chul? Mi dà il suo numero di conto?» Per un attimo pensai a una truffa telefonica e chiesi: «Chi parla?» Mi disse di essere il presidente di un’azienda, di aver visto il sito della raccolta fondi e di voler aiutarmi, quindi mi chiese il numero del conto.
La cosa fu così improvvisa che dissi al presidente: «La ringrazio davvero. Mi dispiace, ma se possibile potrebbe fare la donazione tramite il sito di crowdfunding?» Il presidente fece una risatina amara e disse:
«La donazione è cospicua: dovrei cliccare decine di volte sull’importo massimo di 100.000 won e poi autenticare ogni volta il codice di verifica che mi arriva sul telefono.»
Per coincidenza, il giorno dopo mi chiamò un altro numero sconosciuto. Era un amministratore delegato che voleva incontrarmi e mi invitava a passare in azienda quando avessi avuto tempo. Fissai un appuntamento e lo incontrai. Parlammo a lungo dei motivi per cui volevo partire e di molte altre cose. Gli dissi che lo avrei contattato per primo una volta tornato sano e salvo; prima di salutarmi, mi porse una busta bianca dicendo che sperava potesse essermi un po’ d’aiuto per il viaggio.
Lo ringraziai e scesi al primo piano, uscendo dalla porta girevole. Avevo in programma di comprare dell’attrezzatura personale necessaria per la gara e mi ricordai della busta del dirigente: pensai che avrei potuto usare quei soldi. Quando la aprii, trovai diversi assegni per una somma considerevole.
Sbalordito, risalii nell’ufficio dell’amministratore delegato e gli chiesi: «Signore, non sa nemmeno chi sono e non ci eravamo mai incontrati. E se accettassi questo generoso regalo, poi non riuscissi a finire la gara, lo usassi per uno scopo sbagliato o non partecipassi nemmeno? Come ha potuto dare una somma così alta a un giovane che incontra per la prima volta? In realtà, anche ieri ho ricevuto un aiuto simile e volevo proprio chiederle perché.»
«Se è un giovane con un’idea così fresca e brillante, penso che se la caverà.»
«Se è un giovane con un’idea così fresca e brillante, penso che se la caverà.» Questa fu la sua risposta. Lo disse dopo aver visto le sei ricompense che avevo promesso ai sostenitori del crowdfunding. Ecco le sei ricompense che avevo ideato allora.
1. Metterò la sabbia del Sahara e il ghiaccio di un ghiacciaio antartico in una piccola boccetta di vetro trasparente e te la regalerò come souvenir unico.
2. Mandami un oggetto legato a un ricordo che vorresti dimenticare. Mentre corro nel deserto lo seppellirò nel cuore del Sahara, così potrai lasciarti quel ricordo definitivamente alle spalle. Ti darò le coordinate GPS del luogo e ti invierò un video che mostra quanto in profondità l’ho sepolto.
3. Ti scriverò una lettera di ringraziamento su una cartolina con una foto scattata mentre corro nel deserto e te la spedirò. Ti invierò anche un videomessaggio.
Mentre corro nel deserto e in Antartide registrerò un video con un messaggio di ringraziamento, in stile selfie, e te lo invierò tramite un codice QR sul retro della cartolina, vicino al francobollo. Potrai ricevere insieme le foto, il testo e il video.
4. Realizzerò una targhetta con i nomi dei sostenitori e la attaccherò sempre al mio zaino. Ogni volta che sarà dura penserò a chi mi ha aiutato e non mi arrenderò: continuerò a correre fino alla fine.
5. Pianterò alberi nel deserto. Ne pianterò tanti quanti sono i sostenitori, metterò targhette con i loro nomi sugli alberi e al ritorno porterò le prove. In questo modo non solo mi sosterrete, ma contribuirete anche a contrastare la desertificazione nel mondo.
6. Dopo aver completato la maratona nel deserto, ti offrirò tre sessioni di allenamento per la maratona e ti inviterò come ospite VIP alla mostra fotografica che organizzerò al mio ritorno.
Nel mantenere queste promesse ci furono tanti momenti divertenti. Per la ricompensa «dimentica un ricordo», le persone mi mandarono foto di ex fidanzati o ex fidanzate, lettere, anelli e libretti bancari cointestati; amici delle medie e delle superiori mi inviarono le pagelle che avrebbero voluto dimenticare.
Il caso più memorabile fu quello di un amico che mi mandò una foto adesiva scattata con la ragazza che frequenta attualmente. Visto che mi aveva inviato una foto con la persona con cui stava in quel momento, gli chiesi per curiosità: «Hai mandato una foto con la persona che stai per lasciare per voltare pagina, o stai cercando di prepararti mentalmente?» La sua risposta fu sorprendente: «Stiamo pensando di andare nel Sahara in viaggio di nozze e ritrovarla usando la latitudine e la longitudine.»

La terza promessa — scrivere lettere e piantare alberi — non fu facile da mantenere. Avevo quasi 150 sostenitori. Per le lettere potevo prendermi il tempo necessario, ma piantare gli alberi era un problema. Pensavo che venti sostenitori fossero già tanti, ma con oltre 150 persone ad aiutarmi, anche se fossi diventato boscaiolo o facchino per trasportare le piantine, probabilmente sarei crollato dopo un giorno, figuriamoci correre la maratona. Ero grato, ma anche preoccupato. Avendo fatto quella promessa, mi chiedevo come fare e scoprii un’app per smartphone chiamata «Tree Planet».
È un gioco per smartphone in cui si fa crescere un albero e, quando l’albero nell’app è completamente sviluppato, ne viene piantato uno vero nel deserto a nome dell’utente indicato. Dopo la piantumazione si riceve un’e-mail con le foto del luogo e delle modalità di messa a dimora. «Ecco la soluzione! Facciamo crescere gli alberi a nome dei sostenitori e piantiamoli nel deserto!» Giocai per una settimana, ma riuscii a far crescere solo quattro alberi, così andai direttamente alla sede di Tree Planet. Dopo diverse visite, mi dissero che avrebbero piantato gli alberi se avessi fornito l’elenco dei nomi. Dissero che era un progetto interessante.

Al ritorno dal deserto e dall’Antartide, mi ero completamente dimenticato della sesta e ultima ricompensa. A marzo, dopo essere rientrato all’università e aver ripreso le lezioni, in seguito al viaggio in Antartide di dicembre, ricevetti all’improvviso un messaggio da un numero sconosciuto. Quando lo lessi, diceva: «Yoon, faccio sempre il tifo per te. Ora che il tempo si sta scaldando, userò il buono per le lezioni di maratona.»
A essere sincero, avevo inserito quella promessa pensando che magari avere una ricompensa in più avrebbe fatto una migliore impressione. Chi avrebbe mai pensato che qualcuno mi avrebbe sponsorizzato per ricevere lezioni di maratona? Non era la mostra di un fotografo famoso né quella di una celebrità: chi sarebbe venuto a una mia mostra fotografica? Eppure questa persona non se n’era dimenticata e mi aveva davvero mandato quel messaggio. Gli risposi: «Mi dica un luogo e un orario comodi per lei, maestro, e verrò a trovarla». Mi rispose: «Va bene, sono a Changwon, nella provincia di Gyeongsangnam-do.»
Correre nel deserto
Correre nel deserto, l’obiettivo del mio gap year, mi ha fatto riflettere su tante cose e vivere molte esperienze. Molti mi chiedono: «Quando sei stato più felice? Quando hai tagliato il traguardo?» Ma io ero più felice quando mi sono presentato alla linea di partenza e ho sentito lo sparo. Mi si riempirono gli occhi di lacrime all’improvviso. Era il momento in cui iniziava la lunga gara nel deserto per la quale mi ero preparato per tre anni e mezzo.
I corridori esperti mi chiamavano «il campagnolo che corre una maratona». Ero così euforico che mi lanciai a correre senza controllare né le condizioni fisiche né il ritmo, e il primo giorno svenni al traguardo. Avevo corso troppo veloce: ero partito pieno di energie senza pensare che una maratona è una gara di lunga durata.
Mi preoccupavo da solo di come andare in bagno. Da lontano si avvicinava una podista e non sapevo cosa fare; pensai che l’avrei lasciata passare e poi avrei fatto i miei bisogni. Ma la donna, che avevo salutato prima e che mi aveva superato, all’improvviso si abbassò i pantaloni e si liberò.
Non sapendo dove guardare né cosa fare, feci i miei bisogni anch’io. Era solo il primo giorno di una gara lunga una settimana, ma dopo circa tre giorni non era più una cosa sorprendente: non importava chi la facesse né dove. Era come tornare a uno stato animale più primitivo.
Il deserto era molto diverso da come me lo immaginavo. Prima di partire pensavo che avrei fatto il punto su come avevo vissuto fino ad allora e su come avrei vissuto in futuro. Ma una volta iniziato a correre nel deserto, non ebbi nessuno di quei pensieri. Forse questo infrange le idee romantiche sul deserto, ma in realtà pensavo soltanto: «Sono distrutto. Perché sono venuto in un posto così caldo? Vorrei tanto una bibita fredda, pollo fritto, hamburger, pancetta di maiale e sushi.»
Momenti di vita o di morte
Ho affrontato anche momenti pericolosi nel deserto. In lontananza vedevo il punto di arrivo della giornata e bevvi tutta l’acqua che avevo tenuto da parte. Nel deserto non si svita il tappo per bere a grandi sorsi dalla bottiglia: si sorseggia attraverso un tubo collegato a una cannuccia. È un modo efficace per placare la sete con poca acqua, ma, pensando di essere arrivato, svitai il tappo e la bevvi tutta.
Ma alla fine il traguardo era ancora a ben 4 km. Nel deserto, senza percezione della profondità, non si riescono a valutare le distanze; tra me e il traguardo c’erano innumerevoli dune di sabbia che non avevo notato. Con il caldo che sfiorava i 50 gradi, per prima cosa pensai: «Potrei morire di sete». Non mi restava che bere dai tubi dell’acqua dei compagni che passavano, per riuscire ad andare avanti.
Una volta mi persi anche in mezzo al deserto, dove non c’erano cartelli. Avrei dovuto svoltare, ma proseguii dritto da solo. Dopo aver camminato per decine di chilometri in linea retta, pensai che la strada continuasse dritta e andai avanti. Non è che avessi perso di vista il percorso: sotto il sole cocente e sfinito, camminavo senza riflettere, sempre dritto.
Camminavo a fatica da 40 minuti senza rendermene conto, ma qualcosa non mi convinceva. Mi voltai e vidi un corridore lontano, alle mie spalle, che mi seguiva come un puntino. Attraversando il deserto da solo, fui contento di vedere qualcuno e lo salutai con la mano; anche lui ricambiò, come se fosse contento. Dopo aver camminato altri dieci minuti, mi voltai di nuovo e vidi che il corridore era molto più vicino.
Lo salutai di nuovo, felice, ma dentro di me pensai: «Sta cercando di raggiungermi? Devo scappare più in fretta», e continuai a correre. Dieci minuti dopo, all’improvviso sentii che c’era qualcosa di strano. Ripreso coscienza, mi resi conto di trovarmi su un sentiero senza impronte davanti a me. Quel corridore aveva visto da lontano che avevo sbagliato strada ed era venuto ad avvertirmi.
Nel deserto, dove le persone mostrano la loro vera natura, ho potuto riflettere su molte cose. Ho incontrato l’essenza delle persone e il loro essere autentico, i miei limiti, le sfide, il tempo dedicato all’avventura e alla riflessione, e altre realtà. Le risposte che mi diedero un amico kuwaitiano, magnate del petrolio, e un uomo sulla settantina, quando chiesi loro perché corressero nel deserto, mi fecero riflettere molto.
«Avere soldi e tempo non ti porta al traguardo. Qui devo correre contando solo sul mio impegno costante e sincero».
«Volevo dimostrare alle mie figlie che, anche adesso, posso ancora fare qualcosa nella mia vita, e volevo dimostrarlo anche a me stesso».
Queste furono le loro risposte. Durante l’anno sabbatico che trascorsi correndo nel deserto, ebbi modo di riflettere su cose a cui forse non avrei mai pensato.
Dopo la maratona nel deserto
Grazie all’aiuto di molte persone, ho corso 1.250 km in cinque gare e sono diventato il più giovane a completare il Grand Slam delle maratone del deserto e polari.
Ho messo per iscritto ciò che avevo provato durante la preparazione e la corsa e ho pubblicato un libro intitolato «Poesie di una gioventù in corsa», che, per fortuna, nel 2013 è stato selezionato dal Ministero della Cultura, dello Sport e del Turismo come libro di rilievo.
Durante l’anno sabbatico di un anno e mezzo ho corso nel deserto e vissuto molte esperienze impreviste. In apparenza, nella mia vita è cambiato poco. Subito dopo il ritorno ho fatto solo qualche intervista in TV, sui giornali e sulle riviste. Tuttavia, quell’esperienza mi ha dato forza e tempo per riflettere. La fiducia in me stesso è stata un bonus. L’hardware non è cambiato, ma si potrebbe dire che il software è stato aggiornato.
Perché è necessario un anno sabbatico
C’è chi dice: «Trova il tuo sogno e ciò che vuoi fare, poi vai avanti senza mai mollare». Ma, da ventenne — a metà tra l’adolescenza e l’età adulta — so meglio di chiunque altro quanto sia difficile persino capire che cosa si vuole fare. Se sei preoccupato perché non sai cosa ti piace o in cosa sei bravo, sentirti dire di continuare a cercare o di provare qualsiasi cosa è difficile da accettare.
Credo che trovare ciò che si cerca sia davvero una cosa bella, che solo poche persone riescono a vivere. Ci vuole tempo per provare tante cose, coraggio per agire e la libertà di riflettere; bisogna anche superare dubbi come: «Sono abbastanza bravo? Andrà tutto bene?»
A questo proposito, l’anno sabbatico mi è stato di grande aiuto. Da quando mi sono diplomato fino a quando ho superato i vent’anni, non avevo mai riflettuto fino in fondo su ciò che volevo fare, né avevo preso una decisione e agito di conseguenza. Avevo fatto viaggi in patria e partecipato a diversi club con gli amici, ma non avevo mai ideato e portato a termine da solo, dall’inizio alla fine, un progetto così grande.
Forse un giorno avrei corso nel deserto anche senza prendermi un anno sabbatico. Ma i pensieri e le esperienze che ho acquisito durante quell’anno, e che altrimenti non avrei avuto, sono diventati un patrimonio a cui non rinuncerei per nulla al mondo.
La vita è come una palestra a sbarre
Non penso che ciò che facciamo in questo momento sia del tutto inutile. Sarebbe bello avere un sogno preciso e sapere chiaramente che cosa si vuole fare, ma né io, che sono andato nel deserto, né molti dei miei coetanei abbiamo necessariamente le idee chiare. Eppure non credo che alcuna esperienza vada sprecata. Per «esperienza» non si intendono solo le attività pratiche, ma anche il mondo invisibile del pensiero e della preparazione.
Qualcuno ha detto: «La vita è come una palestra a sbarre: ciò che oggi ci sembra un insieme di frammenti sconnessi, un giorno si intreccerà e, in un certo momento, darà forma a chi siamo».
Stare seduti alla scrivania a preoccuparsi e cercare subito di capire «in cosa sono bravo e che cosa dovrei fare» non basta a trovare una risposta. Se provi cose diverse, il cammino diventa visibile e, a un certo punto, potresti imbatterti nel processo di scoperta di un nuovo sé, come accennavo prima. Dopo essere tornato dal deserto, ho usato quell’esperienza come base per scalare l’Himalaya con il capo spedizione Um Hong-gil, guidare una spedizione giovanile lungo la Via della Seta fino in Turchia e partecipare come responsabile dei giovani a un progetto per attraversare il Mar Caspio in nave e raggiungere l’Iran. Sto anche preparando un libro sulla vita trascorsa per tre settimane su un’isola disabitata e oggi torno ancora una volta su un’isola del genere.

In un certo senso, dopo essere andato nel deserto potrei aver trovato una nuova strada. L’esperienza di scrivere un libro sulla corsa nel deserto ha unito due cose che amo: affrontare nuove sfide e scrivere. Studio scrittura creativa, quindi posso essere piuttosto tranquillo, ma volevo anche provare a realizzare qualcosa, e credo di averlo capito correndo nel deserto.
Naturalmente, avvicinandomi alla laurea, devo affrontare anche la sfida più grande di tutte.
È la domanda: «Come farai a mantenerti?» — che ne dite, ci pensiamo insieme?