Concentrati solo sulla tua crescita.
Il Gap Year è un periodo dedicato alla crescita e alla felicità.
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Nome: Yang Yu-jin
Attività attuale: partecipa a una delle quattro maratone più estreme al mondo, con l’obiettivo di diventare la più giovane donna coreana a completare il Grand Slam
Periodo del gap year: settembre 2013 – dicembre 2014 (15 mesi in totale)
Paesi in cui si è svolta l’attività: Giordania (deserto del Sahara), Cina (deserto del Gobi)
D. Ci racconti il motivo del tuo gap year e come ti sei preparata.
«Un semestre prima della laurea»
Estate 2013. Ero già all’ultimo anno di università. Mi mancava un semestre alla laurea e, come molti dei miei amici, studiavo per i test attitudinali e l’inglese con l’obiettivo di trovare lavoro in un’azienda. Tuttavia, mentre studiavo non provavo mai neanche un briciolo di entusiasmo. Eppure, molte persone indicavano comunemente come criteri di felicità avere buoni voti, partecipare ad attività extracurriculari, trovare lavoro in una grande azienda o intraprendere una carriera professionale. Perciò mi tormentavo chiedendomi se dovessi seguire quella strada.
Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso: «Piuttosto che laurearmi così, voglio seguire davvero la mia passione e fare ciò che desidero!» Grazie alla mia esperienza nelle maratone, ho iniziato a sognare di completare il Grand Slam delle quattro maratone nel deserto più estreme al mondo. Con questo obiettivo in mente, per sei mesi mi sono tenuta in forma correndo 100 km a settimana e facendo un’escursione ogni settimana; poi ho iniziato a fissare obiettivi concreti per raggiungere il deserto entro sette mesi.
D. Ci racconti la tua esperienza durante il gap year.
«Il primo ostacolo: il costo della partecipazione»
Le quattro maratone nel deserto più estreme al mondo sono quelle del Sahara, del Gobi, dell’Atacama e dell’Antartide. Ciascuna prevede una gara di 250 km che si svolge nell’arco di sei notti e sette giorni. Ogni gara costa almeno 7,5 milioni di won: 4 milioni per la quota d’iscrizione, 2 milioni per il volo, 1 milione per l’attrezzatura e 500.000 won per gli altri alloggi. Per una studentessa universitaria senza soldi come me, l’unica possibilità era chiedere una sponsorizzazione. Durante i sette mesi di preparazione, ho iniziato pian piano a organizzarmi per partire per il Sahara nel febbraio 2014. Poi, a novembre, ho saputo che durante il lancio del mio libro, «Quando vuoi piangere, vai nel Sahara», avrebbero assegnato la quota di partecipazione e il biglietto aereo a chi avesse promosso meglio il libro tramite un video UCC. Ho realizzato subito un video e l’ho condiviso su Facebook per raccontare il mio sogno. Contro ogni aspettativa, con una probabilità di 1 su 1.000, ho vinto il concorso.
Inoltre, la mia proposta di sponsorizzazione dell’attrezzatura a The North Face è andata così bene che ho ricevuto un anno di supporto materiale. È stato allora che mi sono vista correre nel deserto del Sahara, nel febbraio 2014. Una volta arrivata, affrontare 250 km con uno zaino da 9 kg sotto il sole cocente, nell’arco di sei notti e sette giorni, non è stata un’impresa da poco. Pensavo di essermi preparata bene per la corsa nel deserto, ma appena ho iniziato mi sono resa conto di non avere abbastanza pratica ed esperienza per affrontare la sabbia solcata dai sentieri. Alla fine, il quarto giorno mi sono infortunata alle ginocchia e alle caviglie e non sono più riuscita a correre. Dopo l’infortunio, sono riuscita a malapena a camminare, zoppicando, fino al traguardo della gara di 250 km e a conquistare la medaglia di finisher. Tornata in Corea e curate le ferite alla gamba, ho iniziato a prepararmi per il mio secondo obiettivo, il deserto del Gobi in Cina, tre mesi dopo.
«La seconda sfida: il deserto del Gobi»
Essendo il mio secondo tentativo, prepararmi è stato molto più facile che per gli altri partecipanti. La sfida più grande, però, era trovare di nuovo degli sponsor. Ho inviato proposte a diverse aziende di articoli per attività all’aperto e ho aspettato una risposta, ma la realtà era che non ne arrivava neanche una. Mi sono resa conto in prima persona che assicurarsi una sponsorizzazione importante, di oltre 5 milioni di won, per una studentessa universitaria che aspirava a diventare la più giovane coreana a completare il Grand Slam era più difficile di quanto immaginassi. Mi trovavo in una situazione complicata, ma con la determinazione di «andare fino in fondo!» ho continuato a cercare sponsor. Alla fine, Dong-A Pharmaceutical e Dong-A Otsuka hanno accettato di sponsorizzare la mia partecipazione alla gara nel deserto del Gobi. Dieci giorni prima della gara mi sono iscritta e, a stento, sono riuscita a partire per il Gobi.
Il deserto del Gobi non era una distesa di sabbia arida, bensì un deserto romantico, ricoperto di lussureggianti praterie verdi, proprio come nella canzone: «Costruisci una casa pittoresca su quel prato verde». Con i suoi paesaggi che ricordavano le montagne della Corea, il Gobi mi ha riservato una lunga giornata di corsa: 68 chilometri in un solo giorno e, un altro giorno, la scalata di due montagne fino a 2.800 metri. Senza fiato e sfinita, ho pensato: «Nonostante tutto, dovrei essere grata di poter correre in un posto così bello, alla mia età e nelle mie circostanze». Ho dato il massimo fino alla fine e sono riuscita a conquistare il terzo posto assoluto nella categoria femminile e a ricevere la medaglia di finisher.
Con questo risultato, ho raggiunto esattamente la metà del mio obiettivo Grand Slam per quest’anno. La strada è ancora lunga e faticosa: mi restano il deserto dell’Atacama a ottobre e la gara in Antartide a novembre, ma darò il massimo fino a raggiungere il mio obiettivo. Fedele alla mia giovinezza!
D. Che cosa è cambiato dopo il tuo gap year? Che cosa ti ha lasciato?
«Fare ciò che ti suggerisce il cuore»
Dopo aver fatto un gap year, ho iniziato a perseguire ciò che desidero davvero e ciò che mi suggerisce il cuore, anziché seguire i criteri del mondo, come «trovare lavoro in una grande azienda». Ho visto molti amici faticare a prendere decisioni perché sentono di essere rimasti indietro rispetto ai loro coetanei e si lasciano sopraffare dall’ansia. Io, invece, concentrandomi su ciò che voglio davvero, mettendomi alla prova e dedicando del tempo a parlare con me stessa, ho potuto definire gradualmente i miei criteri di felicità. Di conseguenza, la mia autostima è migliorata e ho avuto il tempo di riflettere con attenzione e scegliere come vivere la mia vita da qui in avanti.
D. Per concludere, hai qualcosa da dire ai giovani che stanno pensando di fare un gap year?
Non voglio necessariamente dire ai giovani ventenni come me che devono avere per forza un sogno.
Credo che, a prescindere dal fatto di avere o meno un sogno, la cosa più importante sia capire se in questo momento si sta facendo qualcosa che si desidera davvero e a cui si tiene.
La strada che sto percorrendo è sempre vaga e confusa. Per essere più precisa, non sono sicura di dove mi porterà. Tuttavia, credo che riempiendo e svuotando la vita che mi è stata data, e percorrendo la strada che mi aiuta a scoprire ciò che per me è più prezioso, potrò acquisire la saggezza necessaria per scegliere senza rimpianti quando mi troverò davanti alle tante scelte e sfide che mi attendono, e il coraggio di agire.
In definitiva, il mio messaggio non è quello di inseguire sogni vaghi per il futuro, ma di affrontare con coraggio il presente, così com’è. «Con determinazione e fiducia, non c’è nulla che non si possa fare!» Chiamiamo questo coraggio «giovinezza».» Viviamo il presente «con lo spirito della giovinezza».
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