Sono partita improvvisamente per un viaggio zaino in spalla con un’amica. Dopo aver concluso il viaggio in Thailandia, lei è tornata in Corea e io sono proseguita verso la Cambogia per continuare a viaggiare. Lì ho incontrato tante persone povere che avevo visto soltanto in TV o su Internet, o a cui, in realtà, non avevo mai prestato attenzione. Ma conoscere persone che conservavano una purezza che non avevo mai provato prima e vivevano felicemente ogni momento ha cambiato il mio modo di pensare al sogno che avevo. -Grecia, un progetto di salvataggio delle tartarughe ferite nel Mediterraneo / Lee Ji-hwa, partecipante Gap-Year Tribe / gap year di 4 settimane |
Il mio sogno è diventare una truccatrice per effetti speciali!?
Fin da piccola mi piaceva dare forma a ciò che immaginavo e creare cose.
Anche se l’arte era sempre stata per me un’attività piacevole, quasi un gioco o un hobby, quando arrivò il momento di scegliere una specializzazione mi resi conto di aver seguito un percorso diverso da quello che mi avrebbe portata a iscrivermi a un’accademia d’arte.
Così scelsi di specializzarmi nel trucco per effetti speciali. Mi attirava l’idea di esprimere ciò che desideravo sul corpo umano e, durante gli anni universitari, mi piaceva pensare che il mio obiettivo fosse studiare negli Stati Uniti, dove il trucco per effetti speciali è più sviluppato.
Mi divertivo a studiare la mia materia, avevo voti eccellenti e i professori riconoscevano le mie capacità. Ma quando durante le vacanze andai in Francia per un breve corso di formazione, capii di essere stata una presuntuosa che si credeva la migliore: ero una rana in fondo a un pozzo. Le capacità nel trucco dei miei coetanei francesi erano di gran lunga superiori alle mie e lo shock che provai allora scosse dalle fondamenta il mio obiettivo.
Una svolta
Proprio mentre ero in preda ai dubbi, partii all’improvviso per un viaggio zaino in spalla con un’amica. Dopo aver concluso il viaggio in Thailandia, lei tornò in Corea e io proseguii verso la Cambogia per continuare a viaggiare. Lì incontrai tante persone povere che avevo visto soltanto in TV o su Internet, o a cui, in realtà, non avevo mai prestato attenzione. Ma conoscere persone che conservavano una purezza che non avevo mai provato prima e vivevano felicemente ogni momento cambiò il mio modo di pensare al sogno che avevo.
Dopo quella svolta mi chiesi: «Sarei felice se continuassi a studiare il trucco per effetti speciali e lavorassi in questo campo?». La risposta fu «No». Tornata in Corea, cercai di orientare la mia carriera facendo esperienza diretta di attività con un impatto sociale e, lavorando presso diverse imprese sociali e organizzazioni, capii che il lavoro che mi dava il maggior senso di realizzazione era la tutela degli animali. Una volta trovata la direzione, cominciai a ritrovare le energie.
Cominciai a muovere i primi passi verso il mio obiettivo di diventare un’attivista per i diritti degli animali. Uno degli strumenti scelti furono i nuovi media, che studiai durante la scuola di specializzazione.
Può sembrare un ambito estraneo alla tutela degli animali, ma questa specializzazione era il modo migliore per mettere al servizio della causa ciò che avevo imparato e i miei interessi. In poche parole, scelsi di usare i nuovi media come strumento, invece di fare ricerca sui nuovi media in sé.
Nel febbraio 2015 mi laureai finalmente alla scuola di specializzazione. Dopo la laurea, avevo in programma di fare volontariato in ambiti correlati, per acquisire esperienza concreta nella tutela degli animali e definire meglio il mio percorso professionale. Ma cercare da sola un’organizzazione in cui imparare a conoscere la cultura avanzata della tutela animale in Europa mi sembrava un’impresa ardua. Poi venni a sapere di un programma Gap Year e, dopo una consulenza, scelsi quello che ritenevo più necessario per me: il «progetto di tutela delle tartarughe in Grecia».
Gli obiettivi del gap year erano, in generale, tre.
Per prima cosa, volevo approfondire la situazione degli animali da compagnia in Europa. Poiché il benessere animale è molto ben tutelato in Europa, volevo vedere e imparare direttamente, così da poter introdurre queste pratiche nel mio Paese. Pensavo inoltre che mi sarebbe stato utile per progettare in futuro programmi a tutela degli animali.
In secondo luogo, volevo liberarmi delle convinzioni e dei pregiudizi che mi limitavano, aprendomi a culture un po’ diverse dalla mia.
Una volta parlai di animali con alcuni amici conosciuti in Francia. Fu allora che scoprii che molti francesi si interrogano a loro volta sui cibi nazionali, come il foie gras (un piatto a base di fegato d’oca) o la carne di cavallo. Vederli affrontare simili conversazioni mi fece capire che in tutto il mondo le persone hanno preoccupazioni analoghe, che cambiano solo a seconda della specie animale.
Infine, volevo capire come funzionano le ONG e le organizzazioni per la tutela degli animali in Europa.
Con questi tre obiettivi, iniziarono i preparativi per il gap year. Il programma prevedeva un viaggio in Europa, seguito dalla partecipazione a un progetto di tutela delle tartarughe in Grecia.
Francia (2 settimane) - Spagna (3 settimane) - Marocco (4 settimane) -Grecia(progetto Gap Year)
Calcolai che il costo complessivo del gap year, viaggio compreso, sarebbe stato di 6.000.000 di won.
Il problema, però, era che nel febbraio 2015, quando mi laureai e iniziai a prepararmi, il saldo del mio conto in banca era di zero won. Così cominciai a fare tre lavori contemporaneamente, mettendo da parte ogni soldo. Dopo aver lavorato per tre mesi, un mese prima di partire per il gap year, ero riuscita a risparmiare circa 3.000.000 di won. Me ne mancavano altrettanti per raggiungere il budget e, poiché non volevo assolutamente chiedere aiuto ai miei genitori, dopo averci riflettuto a lungo pensai al crowdfunding.
Desideravo provare almeno una volta il crowdfunding e lo avviai piena di entusiasmo, ma promuovere la raccolta e ottenere fondi non fu facile. Alla fine raccolsi con il crowdfunding 1.500.000 won. Anche se era molto meno del budget previsto, pensai che in qualche modo me la sarei cavata e finalmente partii per il mio gap year.
Alla fine, in qualche modo, me la cavai.
Per risparmiare, alloggiavo quasi sempre usando Couchsurfing. All’inizio ci furono alcuni tentativi ed errori, ma presto capii come farlo in sicurezza e riuscii a viaggiare spendendo poco e divertendomi. Seguendo alcune precauzioni, si può usare Couchsurfing in tutta sicurezza.
Primo,Controllate la storia dell’ospitante per vedere da quanto tempo o quanto spesso usa Couchsurfing.
Secondo,Controllate chi sono le persone che vivono con lui.
Terzo,Leggete attentamente le recensioni prima di decidere. Fate attenzione se sono vaghe o se ce ne sono poche.
Dopo aver concluso un viaggio in Europa ricco di esperienze piacevoli e variegate, mi diressi in Grecia, seguendo le regole e i consigli pratici che avevo imparato sul campo. Quando arrivai in Grecia, in realtà era molto presto la mattina e mi sentivo disorientata. Perciò non ebbi l’impressione che fosse molto diversa dagli altri Paesi attraversati; mi sembrò soltanto un po’ più pulita.
Il gap year in Grecia
La vita presso l’organizzazione per la tutela delle tartarughe marine, dove arrivai in preda allo smarrimento, era davvero fantastica.
Ero venuta per fare volontariato, ma potevo condurre una vita in cui volontariato, svago e attività culturali si alternavano in modo equilibrato. Per esempio, dopo tre ore di volontariato potevi riposarti per altre tre ore, riflettere su quanto fatto o pianificare le attività future. Per questo la soddisfazione dei partecipanti era piuttosto alta.
Una giornata tipo iniziava alzandosi alle cinque del mattino e uscendo per il monitoraggio mattutino fino alle cinque e mezza. Il monitoraggio mattutino consisteva nel registrare le tracce delle tartarughe madri che erano salite sulla spiaggia durante la notte. Controllavamo dove avevano deposto le uova e proteggevamo i nidi individuati. Seguivamo e annotavamo anche gli spostamenti delle tartarughe: da dove arrivavano e dove si dirigevano.
Dopo aver terminato il monitoraggio mattutino e fatto ritorno all’alloggio, erano circa le dieci. Rientravamo, facevamo una colazione tardiva e poi schiacciavamo un pisolino o ci riposavamo.
Poi, alle quattro del pomeriggio, tutti i volontari si riunivano per confrontarsi sui problemi e su cosa si potesse migliorare; gli incontri si tenevano solo due volte a settimana. In quelle occasioni ci formavano anche su come comportarci se incontravamo tartarughine marine e su come informare i visitatori.
Dopo, svolgevamo attività di sensibilizzazione, informando gli hotel e i centri informativi della zona sul nostro lavoro.
Mi colpirono in particolare le attività di sensibilizzazione negli hotel. Quelli in cui ero stata fino a quel momento puntavano per lo più sul lusso. Ma, poiché molti clienti degli hotel di questa zona erano famiglie, le strutture consideravano le nostre iniziative un valido contenuto culturale ed educativo e ci accoglievano per svolgere le attività al loro interno.
Tutto il tempo al di fuori delle ore dedicate alle attività era libero. In quelle ore i partecipanti potevano organizzare feste insieme o visitare i dintorni, e l’organizzazione incoraggiava attivamente queste iniziative. Non voleva che i partecipanti tornassero a casa dopo aver fatto soltanto volontariato: desiderava che trascorressero un periodo piacevole e divertente. Grazie a questo ambiente, passai momenti piacevoli con amici provenienti da tutto il mondo e imparai moltissimo.
Joy, Alejandro, Mackenzie
Parteciparono circa trenta ragazzi. L’organizzazione organizzava i turni in modo che i componenti dei gruppi cambiassero continuamente durante le attività, così che tutti e trenta potessero fare amicizia. Inoltre, aveva stabilito che anche gli amici dello stesso Paese — per esempio, quando i francesi conversavano tra loro — dovessero usare la lingua comune, l’inglese, per evitare che qualcuno si sentisse escluso.
Così noi, provenienti da Paesi come Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Germania, Russia, Spagna, Danimarca e Corea, potevamo andare tutti insieme in spiaggia all’ora di pranzo per prendere il sole o fare il bagno, e fare gite per creare ricordi indimenticabili.
Nonostante le attenzioni dell’organizzazione, all’inizio la solitudine fu la cosa più difficile da sopportare. A differenza di quando si viaggia e si fanno nuove amicizie, lì facevi parte di un gruppo e dovevi vivere come membro di una comunità. Perciò preferii fare un passo indietro, osservare le differenze culturali e avvicinarmi agli altri con calma. Ma, quando entrai in confidenza con loro, capii che tutto quel tempo era stato sprecato. Pensai che, anche se c’erano differenze culturali, se mi fossi semplicemente messa in gioco, avessi cercato di capirle e le avessi vissute, sarei diventata più in fretta amica degli altri e avrei condiviso più ricordi.
Andavo d’accordo con tutti e trenta, ma tre amici mi sono rimasti particolarmente impressi.
Joy, un’amica britannica, mi aiutò fin dall’inizio a montare le tende e abitava in quella accanto alla mia. Anche a lei piaceva stare da sola, perciò spesso leggevamo insieme in silenzio o ci sdraiavamo sulla spiaggia per passare il tempo. Anche se non parlavamo molto, era un’amica con cui ho vissuto un’esperienza speciale: quella di creare un legame semplicemente trascorrendo del tempo insieme.
Ero l’unica coreana e c’era un solo amico spagnolo, Alejandro. Aveva un carattere simile a quello dei miei connazionali: condivideva il cibo e mangiava insieme agli altri, era molto premuroso e si prendeva sempre cura di chi gli stava intorno. Quando a volte gli amici francesi trasgredivano di nascosto la regola di parlare solo inglese e conversavano in francese, facendomi sentire innaturalmente la mancanza della Corea, lui faceva apposta a coinvolgermi in tante conversazioni e mi teneva compagnia.
L’amica americana “Mackenzie”, dal carattere schietto e sincero, era molto socievole. Siamo diventate abbastanza amiche da poter fare conversazioni profonde e, in seguito, lei riusciva a capire il mio inglese più in fretta di chiunque altro e mi spiegava le cose quando gli altri amici non riuscivano a capirmi.
Oltre al fatto che, prendendomi un anno sabbatico, ho potuto fare amicizia con persone che altrimenti non avrei incontrato, una delle cose speciali di questo posto era la vita in campeggio. È uno dei motivi per cui mi è piaciuto così tanto stare qui. La vita in campeggio ha così tanti aspetti positivi — a parte il fatto che al mattino a volte fa freddo — che è difficile sceglierne uno solo da raccontare.
Se dovessi sceglierne uno, direi che si può fare la doccia in uno spazio aperto verso il cielo, ammirando il cielo notturno. Naturalmente, c’è anche acqua calda in abbondanza. Le docce e i servizi igienici sono ben attrezzati e vengono puliti ogni giorno, quindi sono sempre in ordine.
Ed era così comodo non doversi truccare. In fondo, alle tartarughe non sarebbe cambiato niente. Il Wi-Fi era un po’ debole, ma funzionava bene, quindi, sorprendentemente, non ci sono stati inconvenienti.
Sono cambiata molto.
La cosa che sento di più è che ora riesco a godermi ogni momento. Per essere più precisa, ho imparato il valore delle piccole cose: non solo il valore del tempo, ma anche l’importanza delle persone a me care. Stare lontana mi ha fatto capire tante cose che davo per scontate.
Ho anche provato la gioia di donare le cose. Lì, se non butti via qualcosa, devi portarti tutto dietro. A volte te lo porti, altre volte lo regali, ma ho capito che poi non ti penti di aver dato troppo, bensì di aver dato troppo poco. Così, ora riesco a condividere senza esitazione ciò che ho.
Infine, la mia autostima è cresciuta, perché ho saputo affrontare una situazione che avevo pianificato e scelto interamente da sola, e ne sono uscita. Questo mi ha dato fiducia nei miei sogni. Un anno fa pensavo semplicemente: “Voglio proteggere gli animali”, ma grazie all’anno sabbatico ho potuto mettere alla prova questa idea e renderla concreta.
Grazie a questa esperienza, ho anche deciso di approfondire lo studio degli animali. Invece di limitarmi a voler diventare un’“attivista per i diritti degli animali”, come prima, voglio diventare un’“esperta del comportamento animale” o occuparmi della progettazione di programmi strutturati per la protezione degli animali.
Progetti per il futuro
D’ora in poi, continuerò a pianificare programmi e a produrre contenuti multimediali per sviluppare i miei contenuti sulla protezione degli animali. Continuerò a studiare in ambiti correlati e conseguirò certificazioni una alla volta per diventare più qualificata.
Inoltre, dato che la mia attività individuale attualmente non ha entrate regolari, probabilmente lavorerò anche in un ospedale veterinario o in un altro settore legato agli animali.
Sto anche valutando una proposta di lavoro che mi è stata fatta pochi giorni fa. È un impiego legato agli animali da compagnia e in linea con la direzione che voglio seguire, quindi, se si presenterà l’occasione, potrei accettarlo.
Che cosa significa per me un anno sabbatico?
Tazza
La tazza potrebbe rappresentare me, oppure il periodo chiamato anno sabbatico. Per me, l’anno sabbatico è stato un periodo in cui ho svuotato quella tazza delle cose inutili e l’ho riempita di cose nuove.
Durante l’anno sabbatico, ho svuotato dalla tazza i pregiudizi, le idee distorte, lo stress e i desideri superflui. In passato mi sentivo tranquilla solo quando ero sempre occupata. Ma allo stesso tempo, mi stressava non riuscire a godermi il tempo libero.
Ora ho imparato a godermi il tempo libero, senza rinunciare a godermi il lavoro. Basta godersi ogni momento. Se non si guarda solo al futuro e non si perde la propria direzione, si può continuare a vivere felicemente così.
E nella tazza ho messo nuove cose: autostima, coraggio, convinzione, un sogno concreto e serenità.
Com’è stato il mio anno sabbatico?
Esperienza ★★★★★
È stata un’esperienza soddisfacente sotto molti aspetti.
Apprendimento ★★★★☆
Credo che la stella mancante arriverà quando avrò migliorato un po’ le mie basi d’inglese.
Ambiente ★★★★☆
All’inizio, il tragitto per arrivarci non è semplice. Ma l’ambiente in cui si vive è davvero, davvero bello.
Sicurezza ★★★★☆
Non ho mai chiuso la tenda con un lucchetto, neanche una volta. Inoltre, la zona è sicura anche per uscire all’una o alle due di notte.
Tempo libero ★★★★★
I partecipanti dicevano persino: “Questo non è volontariato, è una vacanza”. Se vuoi fare qualcosa, ti vengono messi a disposizione il tempo e il luogo per farlo.