#Mi sono liberata dallo sguardo degli altri #Ho scoperto perché studio e qual è il mio vero sogno #La felicità di donare amore ai bambini

©Korea gapyear
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Io, che di solito indossavo vestiti e scarpe con i tacchi alti, ero felice del mio riflesso allo specchio e mi preoccupavo soprattutto degli sguardi altrui, ridevo mentre giocavo a piedi nudi sull’erba, liberandomi dei vestiti. Non mi preoccupavo che gli altri potessero pensare che il mio comportamento fosse sconveniente. Sentivo il cuore spalancato verso quei bambini e percepivo che erano entrati profondamente nel mio cuore.
-2013 Gift of Music, anno sabbatico di volontariato musicale |
Quando scrissi per la prima volta la mia candidatura per l’anno sabbatico, ricordo di aver scritto che volevo trasmettere ai bambini cambogiani il mio amore e la mia sincerità, far loro sapere che meritavano tutto quell’amore e, se c’erano bambini in difficoltà, farli sorridere, infondere speranza e diventare loro amica.Anche se parlavamo lingue diverse, volevo entrare in sintonia con quei bambini attraverso la musica. Sentivo di riuscire a comunicare e a creare un legame con i bambini di Sobankoma. Il primo giorno, quando entrai a Sobankoma, ero troppo timida per avvicinarmi a loro. Rimasi lì impalata, senza sapere come reagire ai bambini che mi si avvicinavano, mentre li salutavo in coreano dicendo «Ciao».
©Korea gapyear
Poi, a un certo punto, guardandomi intorno, vidi che una dozzina di bambini mi circondava. Non ricordo bene come fosse successo. A un certo punto i bambini iniziarono a insegnarmi le canzoni e i gesti che conoscevano. Senza rendermene conto, correvo a piedi nudi sull’erba dietro di loro, strisciavo per terra e imitavo le scimmie facendo i loro gesti. In quel momento sentii di essere entrata in sintonia con quei bambini. Io, che di solito indossavo vestiti e tacchi alti, ero felice del mio riflesso allo specchio e mi preoccupavo soprattutto degli sguardi altrui, ridevo e giocavo a piedi nudi sull’erba, liberandomi dei vestiti. Non mi preoccupavo che gli altri potessero giudicare sconveniente il mio modo di giocare. Sentivo il cuore spalancato verso quei bambini e percepivo che erano entrati profondamente nel mio cuore.
Inoltre, rispetto agli altri, c’erano soprattutto moltissimi bambini intorno a me. All’inizio pensavo fosse semplicemente perché giocavo bene con loro. In seguito, però, la persona responsabile mi disse che sembrava che i bambini mi cercassero di più perché potevano comunicare con me in inglese. Certo, avevo studiato inglese per poter parlare con tante persone, ma ero davvero felice di averlo studiato, perché potevo usare ciò che avevo imparato per trasmettere ai bambini i miei sentimenti e il mio affetto.
Il secondo giorno, mentre ero sull’autobus di ritorno a Sobankoma, ero sinceramente in ansia. E se durante la notte i bambini si fossero dimenticati di me? E se non mi avessero riconosciuta perché indossavo vestiti diversi? Eppure non si erano dimenticati di me; ricordavano persino il mio nome. Ricordavano anche la promessa che mi avevano fatto il giorno prima, nonostante ci fossimo incontrati solo il giorno precedente. Ero così grata per quel sentimento. Mi rendeva felice sapere di occupare un posto così importante nella vita di quei bambini. Pensai che forse avrei potuto avere una grande influenza su di loro. Se così fosse stato, volevo lasciare loro un’influenza positiva.
Il giorno in cui lasciammo Sobankoma, l’ultimo giorno lì. Appena scesi dall’autobus, i bambini mi corsero incontro e mi regalarono un disegno che ritraeva me insieme a loro. Mi chiesero se quello fosse l’ultimo giorno e non si allontanarono da me, continuando a parlarmi. Anch’io volevo conservare il ricordo di loro, così scattai foto e girai video. In quel momento, una bambina di nome Tear disse: «In questi tre giorni mi è piaciuto stare con te, Eun-hye». Sapere che per i bambini il tempo trascorso con me era stato piacevole, che li avevo fatti sorridere, mi rese molto felice. Feci una promessa a due bambini: a Ratchana, di dieci anni, che sogna di diventare medico, e a Molika, di sei anni, che vuole diventare poliziotta. Promisi loro che avrei realizzato i miei sogni e che ci saremmo incontrati in Corea. Se esercito una grande influenza su di loro, forse anche questa promessa diventerà per loro una grande opportunità e avrà un’influenza importante. E credo che riuscirò sicuramente a rivedere quei bambini.
Al momento di separarci, i bambini mi corsero tutti incontro e mi abbracciarono. Dopo avermi abbracciata, correvano a casa e poi tornavano per abbracciarmi di nuovo, ripetendo i saluti più volte. Mi rattristava il modo in cui sembravano affrontare con tanta disinvoltura il commiato, nonostante fossero così piccoli: pensavo che dovessero essersi già abituati agli addii. Eppure, dal fatto che continuassero a tornare per abbracciarmi, capii che in fondo erano ancora bambini. Quando una bambina che di solito scappava via appena mi avvicinavo mi baciò sulla guancia e corse via, si rafforzò in me la convinzione che quei bambini avrebbero continuato a ricordarsi di me. Non volevo dire addio; era triste e deludente pensare che forse non li avrei più rivisti. Ma sapere che non si sarebbero lasciati abbattere né avrebbero perso fiducia, anche se i genitori li avessero abbandonati, e che avrebbero perseguito con coraggio i loro sogni, mi permise di separarmi da loro senza piangere.
©Korea gapyear
Grazie al volontariato durante l’anno sabbatico, ho potuto mettere temporaneamente da parte il peso dello studio, dell’università e della carriera, e dedicare quel tempo alla ricerca di un sogno anziché di un percorso professionale. Durante il semestre sono una studentessa che vive in funzione degli esami e del CSAT. Studiare in questo modo spesso mi lascia disorientata quando si avvicinano gli esami o quando escono i risultati. Perché studio? Qual è il mio vero sogno? In quale università e facoltà voglio entrare? Che cosa devo fare adesso per riuscirci? Ma i «sogni» che mi preoccupavano allora non erano veri sogni: erano soltanto piani di carriera. Grazie al volontariato durante l’anno sabbatico, sono riuscita a trovare la ragione per cui studio.
Penso di essere riuscita a sentirmi più vicina ai bambini cambogiani e a creare un legame con loro non solo perché ci siamo aperti gli uni agli altri e grazie alla musica, ma soprattutto perché potevo conversare con loro in inglese e condividevamo l’interesse per le canzoni per bambini.Voglio sentire di condividere l’amore con tante persone nel mondo e di essere in sintonia con loro. Perciò imparerò le lingue per poter parlare con loro e studierò con impegno per avvicinarmi a loro grazie agli interessi che abbiamo in comune. Spero che anche altri possano sfruttare il volontariato durante l’anno sabbatico per trovare i propri sogni e le proprie motivazioni.

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Io, che di solito indossavo vestiti e scarpe con i tacchi alti, ero felice del mio riflesso allo specchio e mi preoccupavo soprattutto degli sguardi altrui, ridevo mentre giocavo a piedi nudi sull’erba, liberandomi dei vestiti. Non mi preoccupavo che gli altri potessero pensare che il mio comportamento fosse sconveniente. Sentivo il cuore spalancato verso quei bambini e percepivo che erano entrati profondamente nel mio cuore.
-2013 Gift of Music, anno sabbatico di volontariato musicale |
Quando scrissi per la prima volta la mia candidatura per l’anno sabbatico, ricordo di aver scritto che volevo trasmettere ai bambini cambogiani il mio amore e la mia sincerità, far loro sapere che meritavano tutto quell’amore e, se c’erano bambini in difficoltà, farli sorridere, infondere speranza e diventare loro amica.Anche se parlavamo lingue diverse, volevo entrare in sintonia con quei bambini attraverso la musica. Sentivo di riuscire a comunicare e a creare un legame con i bambini di Sobankoma. Il primo giorno, quando entrai a Sobankoma, ero troppo timida per avvicinarmi a loro. Rimasi lì impalata, senza sapere come reagire ai bambini che mi si avvicinavano, mentre li salutavo in coreano dicendo «Ciao».
©Korea gapyear
Poi, a un certo punto, guardandomi intorno, vidi che una dozzina di bambini mi circondava. Non ricordo bene come fosse successo. A un certo punto i bambini iniziarono a insegnarmi le canzoni e i gesti che conoscevano. Senza rendermene conto, correvo a piedi nudi sull’erba dietro di loro, strisciavo per terra e imitavo le scimmie facendo i loro gesti. In quel momento sentii di essere entrata in sintonia con quei bambini. Io, che di solito indossavo vestiti e tacchi alti, ero felice del mio riflesso allo specchio e mi preoccupavo soprattutto degli sguardi altrui, ridevo e giocavo a piedi nudi sull’erba, liberandomi dei vestiti. Non mi preoccupavo che gli altri potessero giudicare sconveniente il mio modo di giocare. Sentivo il cuore spalancato verso quei bambini e percepivo che erano entrati profondamente nel mio cuore.
Inoltre, rispetto agli altri, c’erano soprattutto moltissimi bambini intorno a me. All’inizio pensavo fosse semplicemente perché giocavo bene con loro. In seguito, però, la persona responsabile mi disse che sembrava che i bambini mi cercassero di più perché potevano comunicare con me in inglese. Certo, avevo studiato inglese per poter parlare con tante persone, ma ero davvero felice di averlo studiato, perché potevo usare ciò che avevo imparato per trasmettere ai bambini i miei sentimenti e il mio affetto.
Il secondo giorno, mentre ero sull’autobus di ritorno a Sobankoma, ero sinceramente in ansia. E se durante la notte i bambini si fossero dimenticati di me? E se non mi avessero riconosciuta perché indossavo vestiti diversi? Eppure non si erano dimenticati di me; ricordavano persino il mio nome. Ricordavano anche la promessa che mi avevano fatto il giorno prima, nonostante ci fossimo incontrati solo il giorno precedente. Ero così grata per quel sentimento. Mi rendeva felice sapere di occupare un posto così importante nella vita di quei bambini. Pensai che forse avrei potuto avere una grande influenza su di loro. Se così fosse stato, volevo lasciare loro un’influenza positiva.
Il giorno in cui lasciammo Sobankoma, l’ultimo giorno lì. Appena scesi dall’autobus, i bambini mi corsero incontro e mi regalarono un disegno che ritraeva me insieme a loro. Mi chiesero se quello fosse l’ultimo giorno e non si allontanarono da me, continuando a parlarmi. Anch’io volevo conservare il ricordo di loro, così scattai foto e girai video. In quel momento, una bambina di nome Tear disse: «In questi tre giorni mi è piaciuto stare con te, Eun-hye». Sapere che per i bambini il tempo trascorso con me era stato piacevole, che li avevo fatti sorridere, mi rese molto felice. Feci una promessa a due bambini: a Ratchana, di dieci anni, che sogna di diventare medico, e a Molika, di sei anni, che vuole diventare poliziotta. Promisi loro che avrei realizzato i miei sogni e che ci saremmo incontrati in Corea. Se esercito una grande influenza su di loro, forse anche questa promessa diventerà per loro una grande opportunità e avrà un’influenza importante. E credo che riuscirò sicuramente a rivedere quei bambini.
Al momento di separarci, i bambini mi corsero tutti incontro e mi abbracciarono. Dopo avermi abbracciata, correvano a casa e poi tornavano per abbracciarmi di nuovo, ripetendo i saluti più volte. Mi rattristava il modo in cui sembravano affrontare con tanta disinvoltura il commiato, nonostante fossero così piccoli: pensavo che dovessero essersi già abituati agli addii. Eppure, dal fatto che continuassero a tornare per abbracciarmi, capii che in fondo erano ancora bambini. Quando una bambina che di solito scappava via appena mi avvicinavo mi baciò sulla guancia e corse via, si rafforzò in me la convinzione che quei bambini avrebbero continuato a ricordarsi di me. Non volevo dire addio; era triste e deludente pensare che forse non li avrei più rivisti. Ma sapere che non si sarebbero lasciati abbattere né avrebbero perso fiducia, anche se i genitori li avessero abbandonati, e che avrebbero perseguito con coraggio i loro sogni, mi permise di separarmi da loro senza piangere.
©Korea gapyear
Grazie al volontariato durante l’anno sabbatico, ho potuto mettere temporaneamente da parte il peso dello studio, dell’università e della carriera, e dedicare quel tempo alla ricerca di un sogno anziché di un percorso professionale. Durante il semestre sono una studentessa che vive in funzione degli esami e del CSAT. Studiare in questo modo spesso mi lascia disorientata quando si avvicinano gli esami o quando escono i risultati. Perché studio? Qual è il mio vero sogno? In quale università e facoltà voglio entrare? Che cosa devo fare adesso per riuscirci? Ma i «sogni» che mi preoccupavano allora non erano veri sogni: erano soltanto piani di carriera. Grazie al volontariato durante l’anno sabbatico, sono riuscita a trovare la ragione per cui studio.
Penso di essere riuscita a sentirmi più vicina ai bambini cambogiani e a creare un legame con loro non solo perché ci siamo aperti gli uni agli altri e grazie alla musica, ma soprattutto perché potevo conversare con loro in inglese e condividevamo l’interesse per le canzoni per bambini.Voglio sentire di condividere l’amore con tante persone nel mondo e di essere in sintonia con loro. Perciò imparerò le lingue per poter parlare con loro e studierò con impegno per avvicinarmi a loro grazie agli interessi che abbiamo in comune. Spero che anche altri possano sfruttare il volontariato durante l’anno sabbatico per trovare i propri sogni e le proprie motivazioni.
Raccogliamo i percorsi di crescita
raccontati dai partecipanti.
Vivi in un posto nuovo,
incontra persone nuove,
scopri una nuova versione di te
e costruisci una vita tutta tua.